BENVENUTI nel sito web devozionale dedicato al Santissimo Salvatore - Patrono di Militello in Val di Catania (CT - Sicilia/Italia) - Città d'Arte Patrimonio Mondiale dell'Umanità - UNESCO

LA CHIESA MADRE

Storia dell’ Arcipresbiterale Matrice Chiesa di S. Nicolò - SS. Salvatore di Militello in Val di Catania (CT) - Patrimonio dell' Umanità - UNESCO

   Chi si accinge a scavare nel passato della nostra città non può non imbattersi nella scarsità della documentazione esistente nonchè nell’insufficienza e spesso inattendibilità delle fonti ritrovate. La ricostruzione degli usi e dei costumi, delle usanze e degli antichi culti nonchè delle tradizioni militellane risulta, pertanto, pesantemente condizionata dalla succitata inattendibilità e scarsità di fonti ufficiali nonchè dalle ricostruzioni sommarie e di parte effettuate nei secoli allo scopo di dirimere le pesanti controversie religiose e sociali tutt’ora presenti.
   Tuttavia è possibile leggere, attraverso il retaggio artistico ed architettonico pervenutoci, una nobile storia legata visceralmente ai culti religiosi dei primi nuclei abitativi. La presenza di ritrovamenti e reperti risalenti a varie epoche testimonia della plurisecolare colonizzazione delle nostre contrade ad opera di varie civiltà, come il ritrovamento delle reliquie di Santi e frammenti architettonici sacri documenta del retaggio spirituale tramandatoci.
   Così è possibile rilevare come il periodo greco ci abbia lasciato in eredità anfore e vasellame di pregio, rivelandoci le tecniche di sepoltura e di attenzione alla vita oltre la morte; ricadente nella sfera religiosa, da citare il culto tributato a Cristo Salvatore, testimoniato dalla presenza a Militello di una chiesetta dedicata a S. Sofia (in greco Sophìas, amore verso Cristo Salvatore) e di un’altra a S. Costantino. Del periodo bizantino ci pervengono varie tradizioni e riti quali la benedizione delle acque nel giorno dell’Epifania del Bambin Gesù, il 6 gennaio, l’antichissimo culto del Pantocratore (peraltro una icona del Cristo "bizantino" con la destra benedicente è visibile tutt’oggi presso una grotta sita nella periferia sud-est dell’attuale abitato), nonché il vetusto culto patronale tributato al S. Vescovo di Myra, S. Nicolò, certamente importato nelle nostre contrade in tale periodo storico.
   Dalla cultura araba, ereditiamo numerosi toponimi di contrade, vari termini lessicali e dialettali nonché tradizioni gastronomiche e di vestiario.
   Certamente dovuto all’influsso normanno nelle nostre contrade, infine, è il culto tributato alla Madonna ed ai Santi, e con esso la fondazione di luoghi di culto ad essi dedicati.
   Passando all’analisi dei documenti di caratttere religioso, il più antico si rileva nel "De Veteribus Recentioribusque rebus Siculis" dello storico Santo Policastro, con la citazione del passaggio in città, nel 1085, del gran Conte Ruggero d’Altavilla, il quale, per la speciale devozione professata verso S. Nicolò, Santo "taumaturgo", riconsacra la chiesa, detta la "maggiore", distrutta due secoli prima dai Saraceni, al S. Vescovo di Bari, sotto il cui potente patronato pone la città come già avvenuto con le città di Messina, Noto, Avola, Palazzolo, Melilli, Bruca, Occhiolà. Gli invasori Saraceni sbarcarono, infatti, in Sicilia nell’anno 827 e devastarono questo Tempio, trovandolo pertanto già edificato. Dunque ciò presuppone che la suddetta chiesa di San Nicolò fosse già presente a Militello ancora prima del nono secolo dopo Cristo e ciò a ribadire l’antichità di questo primo culto, che certamente trae le proprie origini dalle preesistenti ed originarie etnìe stanziatesi presso le nostre contrade in seguito alla dominazione greco-bizantina in Sicilia, rispetto ai culti di derivazione prettamente tardo-cattolica.
   Ulteriore testimonianza, si ha nella "Storia delle Parrocchie della Diocesi Calatina" del padre benedettino Luigi Della Marra, insigne storico dell’800, in cui si sostiene l’origine remota della suddetta chiesa, risalente almeno al tempo della dominazione bizantina in Sicilia (536-827 d.C.) e si fa riferimento ad un testamento di Blasco I Barresi, signore del luogo, datato 1390, in cui si lasciavano tre onze in oro per la costruzione in detta chiesa del tabernacolo in cui custodire il SS. Sacramento. Ancora, il Carrera, religioso ed erudito locale, nel descrivere la corte dei Branciforti, testimonia nei propri manoscritti come <<…attraverso la Porta della Terra si andava verso la Madrice Chiesa di San Nicolò o dove si voleva…>>, e ne conferma la maggiorità (all’epoca sinonimo di matricità) "ab immemorabilis", sostenendo aver goduto la stessa i diritti della parrocchialità sin dall’inizio della sua istituzione, poiché <<da sola amministrò i sacramenti a tutti i fedeli del luogo e ciò fino all’anno 1506>>, privilegio peraltro rilevabile dalla controversia sorta sulle prerogative parrocchiali attribuite da taluni storici all’allora esistente chiesa di S. Sofia, oggi scomparsa, ritenuta dal Carrera sin dalle origini parrocchia a discapito della prima, fatto quest’ultimo certamente negato dal mancato ritrovamento di luoghi di sepoltura che comprovano come la stessa, non avendo esercitato lo "jus sepeliendi", non potesse aver goduto i diritti della parrocchialità.
   Un’altra testimonianza di grande rilevanza ci è offerta dal cronista locale secentista Filippo Caruso, il quale ci tramanda come <<…a quel tempo le funzioni di maggiore rilevanza si svolgevano nella Chiesa Matrice di San Nicolò ed alle quali presenziavano sempre i Signori della Terra, accompagnati dai gendarmi e dai magistrati…>>.
   Tramandano gli storici del tempo come l’allora Chiesa Madre fosse un mirabile esempio di arte; il luogo di ubicazione si trovava dirimpetto al Castello (attuale Largo S. Nicolò il Vecchio), all’interno della corte, quasi a simboleggiare l’eterno dualismo tra lo Stato e la Chiesa, il potere temporale da una parte e quello spirituale dall’altra.
   La fabbrica, in origine di dimensioni modeste, parzialmente lesionata dal terremoto del 10 dicembre 1542, venne restaurata ed ampliata nel 1560 a spese della Baronessa Belladama Branciforte, vedova di Carlo Barresi e madre di Vincenzo, primo Marchese del luogo, e poi più volte ingrandita tra il ‘400 ed il ‘500, anche a spese delle nobili famiglie del tempo.
   Il 10 aprile 1559 fu istituita presso questa Matrice Chiesa l’Arciconfraternita del SS. Sacramento, che godette sin dall’inizio gli stessi privilegi di quella di S. Maria Sopra Minerva in Roma, in quanto ad essa aggregata.
   Sul finire del Cinquecento, il vecchio campanile normanno venne demolito perché pericolante ed il 21 novembre 1602, posta la prima pietra, fu prontamente ricostruito per volere della marchesa Caterina Barresi e, alla morte di lei, dal figlio don Francesco Branciforte, che vi spese la somma di circa 8000 scudi.
   Con la nuova fabbrica si accrebbe il corpo della chiesa. Nel 1617, fu costruito un robusto bastione a ponente, per trattenere lo spazio antistante la Matrice.
   Con la ricostruzione del campanile, che arrivava a sfiorare l’altezza di ben 44 metri, opera di impareggiabile splendore di cui tutt’oggi si narra, composto da un prospetto realizzato nei tre ordini classici, dorico, ionico e corinzio, in pietra ad intaglio, sormontato da un cupolino semisferico impreziosito da 4 statuette raffiguranti gli Evangelisti e la sistemazione delle campane, di cui la maggiore del peso di trentacinque cantara, fusa nell’anno del Signore 1519 a spese del Barone Giovanbattista Barresi, ricollocate il 19 aprile 1649, si diede inizio all’ampliamento della fabbrica e si procedette all’apertura delle porte laterali e di altrettanti finestroni sovrastanti.
   Sull’architrave del prospetto principale della Matrice si leggeva: <<Basilica et Mater Ecclesia Sancti Nicolai Magni Hvjvs Civitatis Militelli Vallis Nethi Patroni>> e alla base del campanile fu posta la seguente epigrafe (composta in latino): <<Alla maggior gloria di Dio. Sotto Innocenzo X, Pontefice Romano e Filippo IV, re di Spagna e di Sicilia, Margarita Principessa Austriaca, marchesa di Butera e di Militello, questa egregia costruzione, che vide la posa della prima pietra il secondo anno dopo l’inizio del nostro nuovo secolo, sotto gli auspici del celeberrimo don Ercole Michele Branciforte, Principe di Pietraperzia, con l’unanime approvazione dei cittadini e con l’impegno costante degli operai, è stata in gran parte realizzata per aumentare il decoro di questa Matrice Chiesa, dedicata a S. Nicolò. Di qui, perchè l’opera fosse portata a compimento, col voto unanime di coloro che hanno sostenuto le spese, le campane, da lungo tempo collocate nella parte più bassa, furono sistemate in questo più alto e determinato luogo. Don Filippo Caruso, Francesco Sansà, Vincenzo Macrì e Michele Tutino Giurati; Don Francesco Gastone parroco della stessa Matrice Chiesa, don P. Renda e Pietro Caruso, sovraintendenti ai lavori, per l’interessamento e l’opera di Francesco Barone, Giacinto Morsello e Giuseppe Branciforte. 1 maggio 1649. Reggendo, ora, la città e l’opera D. Giuseppe Branciforte Principe di Butera, e sovraintendendo ai lavori Federico Renda e D. Filippo Caruso, l’anno 1668>>.
   L’interno della Basilica, a tre navate della lunghezza di tredici altari con cappelle riccamente decorate e con l’altare maggiore rivolto ad Oriente, era composto di 12 colonne monolitiche, erette a sostegno nell’anno 1656 e ornate da altrettante statue, raffiguranti gli Apostoli, il tutto ricavato dalla pietra color del miele estratta dalla locale cava di S. Barbara; nel 1621 fu scolpita la statua di S. Nicolò, vetusto Patrono della città, dal valente scultore Giovan Battista Baldanza Sr. e, nel 1634, il tetto della chiesa fu sistemato a cassettoni dorati e a capriate, sotto il parrocato dell’Arciprete Gianbattista Ciccaglia.
   Tra le cappelle gentilizie e popolari, con annessi altari presenti all’interno della chiesa, sono da citare per importanza e devozione, gli antichi culti tributati a S. Lucia, al SS. Bambino, alla Madonna della Presentazione, ai Santi Cosma e Damiano, a S. Spiridione Vescovo. Sebbene sembrasse rivale dell’eternità, il violento terremoto dell’11 gennaio 1693, con epicentro il vulcano spento di Santa Croce, la ridusse ad un immenso cumulo di macerie, unitamente alla città tutta; solo qualche altare, rari brani di muratura, vari arredi e paramenti sacri scamparono al terribile sisma.
   In un manoscritto del 1745 del Canonico concittadino don Sebastiano Gentile si fa cenno a due casi prodigiosi avvenuti a Militello durante il suddetto terribile sisma e che testimoniano della devozione popolare a S. Nicolò: l’Arciprete Baldanza nel primo caso, miracolosamente scampato alla morte in seguito al crollo del superbo campanile della Matrice, dopo un salto nel vuoto di circa 50 metri, e la signora Francesca Ristagno nel secondo, per aver invocato l’aiuto del S. Vescovo, essendo la stessa rimasta intrappolata, insieme al figlioletto, tra le macerie all’interno della chiesa ed essere stati soccorsi, entrambi miracolosamente illesi, dopo quattro giorni di affannose ricerche.
   A seguito del crollo della chiesa, il rev. parroco don Antonino Baldanza fu costretto a ritirarsi, ospite dei monaci agostiniani, presso la chiesa della confraternita di S. Leonardo, prescelta quale Matrice pro-tempore e prontamente allestita allo scopo di celebrare le innumerevoli esequie delle vittime del sisma. Ben presto, tuttavia, la coesistenza tra il clero secolare e quello regolare di quest’ultima dovette provocare non pochi dissidi, tanto che nel marzo del 1693, don Carlo Carafa, Marchese del luogo, provvide a far spostare temporaneamente la sede e quindi far funzionare da Matrice la chiesetta Oratorio della Catena, finchè l’Arciprete don Pietro Paolo Medulla decise di edificare una capanna provvisoria presso un sito poco distante da quest’ultima e a cavallo tra il quartiere di S. Leonardo e la Piazza delle Botteghelle ( oggi Vitt. Emanuele II ).
   L’8 novembre 1696, il vescovo di Siracusa, in visita a Militello, constatata la fatiscenza della suddetta struttura, ordinava di dare subito inizio ai lavori di ricostruzione della Chiesa Madre presso lo stesso luogo delle rovine. Da quanto si evince, l’opera di ricostruzione della nuova Chiesa Matrice non fu certamante semplice. Ci vollero ben 28 anni prima che si trovasse una nuova e definitiva sede, dopo aver peregrinato presso varie chiese nonchè baracche lignee provvisoriamente allestite ed attrezzate ad ospitarla.
   Lo scontro più duro si ebbe certamente tra la visione dei cosiddetti "tradizionalisti", fautori della sua riedificazione presso il luogo storico e forti del parere positivo della regia Legazìa Apostolica e gli "innovatori"> che invece volevano che la nuova chiesa sorgesse presso un luogo più sicuro, più a monte rispetto all’allora abitato e su un terreno di possibile origine vulcanica. Si arrivò persino ad avere due capanne ( quella "d’abbasso" e quella "di sopra" ) che, aperte entrambe al culto, fungevano contemporaneamente da Matrici. L’anno 1710 segnò la riunione dei due benefici e cleri di S. Nicolò e S. Maria per tentare di riportare la pace civile e religiosa a Militello. Il 4 novembre dello stesso anno, mons. Asdrubale Termini, Vescovo di Siracusa, in corso di Santa Visita, creò la «Chiesa Matrice Collegiata sotto il titolo di S. Nicolò, in S. Maria della Stella», promotore l’Arciprete Interlandi, dando possesso alle quattro dignità principali: l’Arcidiaconato al parroco di S. Nicolò, il Decanato al parroco di S. Maria, quindi quelle del Cantore e del Tesoriere. Seguivano otto Canonici e due Sopranumerari. Fu altresì disposto che il titolo onorifico di «Arciprete» della Collegiata spettasse solo al Parroco della Matrice.
   Tuttavia, la suddetta Collegiata, senza ratifica da parte della S. Sede, durò solo pochi anni, al termine dei quali, ciascuna parrocchia ritornò al precedente ordinamento. Nel frattempo, un incendio fortuito distrusse totalmente la struttura provvisoria allestita nel luogo storico e con essa gran parte dei preziosi arredi sacri. Si decise quindi di spostare provvisoriamente la sede presso la chiesetta di S. Sebastiano; in seguito prevalse il buonsenso e, per volere del Marchese di Militello Nicolò Placido Branciforte e dell’Arciprete don Lorenzo Interlandi, la scelta cadde sul sito anni prima indicato dal Medulla quale nuova e definitiva sede, ed ivi con solenne processione fu portato il SS. Sacramento dall’Oratorio della Catena, presso la quale anni prima era stato, a sua volta, ricondotto dalla chiesetta di S. Sebastiano.
   La posa della prima pietra della nuova fabbrica si svolse in occasione della festività del vetusto Patrono S. Nicolò, il 6 dicembre del 1721; cerimonia che, nel caso specifico, rappresentava qualcosa di più che un atto simbolico. Seppur complicate, abbastanza celeri furono tuttavia le vicende legate all’avanzamento dei lavori di costruzione del nuovo tempio di culto, anche grazie alla devozione popolare e al senso di attaccamento civico.
   I primi benefattori della nuova chiesa furono il Marchese Nicolò Placido Branciforte, che donò la somma di circa 100 onze di obbligazioni ed il terreno necessario per l’edificazione, l’Abate Malacrìa e il Dottore, Sacerdote nonchè Protonotario Apostolico don Antonino Macrì, il quale vi spese, per devozione, gran parte del proprio patrimonio. Circa 30 furono le abitazioni che sorgevano lungo il perimetro e che furono espropriate e demolite; in tredici anni la fabbrica progredì molto, poichè si giunse ad innalzare la navata maggiore sino alle finestre e le due laterali, quasi complete, tanto che il 20 marzo 1740, la chiesa fu benedetta e aperta al culto sotto il nuovo parrocato dell’Arciprete Antonino Tommaso Medulla, su ordine del Vescovo di Siracusa Mons. Matteo Trigona; intorno al 1750 la facciata, progettata dal celebre architetto Girolamo Palazzotto, era rifinita.
   Nel 1765, l’Arciprete Paolo Sciacca si adoperò affinchè fosse completato il nuovo campanile con cupolino in stile orientale, realizzato su disegno del valente architetto catanese Francesco Battaglia. Il 20 marzo 1776 vi furono collocate le gloriose campane del vecchio campanile ed il nuovo orologio civico a cura del Municipio di Militello. L’11 novembre 1788, a seguito delle continue controversie sulle prerogative matriciali e patronali con la chiesa di S. Maria della Stella, S. Ecc. Rev.ma Mons. Giovambattista Alagona, Vescovo di Siracusa, d’intesa con il sovrano Ferdinando II di Borbone, Re delle Due Sicilie, con le nobili famiglie locali e con la Corte Suprema di Palermo, decretò la soppressione delle parrocchie antagoniste e degli antichi culti dei rispettivi titolari.
   Ma, mentre la chiesa di S. Maria modificò semplicemente il proprio nome con quello dell’Immacolata Concezione, la necessità della sostituzione del culto storico tributato a S. Nicolò, ed il proposito di incentivarne uno che fosse accettato e che mettesse d’accordo la popolazione in un ritrovato spirito di unione e di concordia, spinsero il clero, i devoti e la popolazione di allora ad acclamare e riconoscere il Santissimo Salvatore, in quanto culto supremo rispetto a quello tributato ai Santi e alla Madonna, quale Patrono della città, e la Matrice sin d’allora riprese ed incrementò questo culto, peraltro già antico a Militello di oltre nove secoli.
   Su ordine vescovile, fu pertanto costituita una <<Unica Parrocchiale Chiesa Madre>>. Essa trovò sede presso la più centrale ed ampia sede in S. Nicolò, riaperta al culto sotto il titolo del Santissimo Salvatore, che fu costituito Patrono Unico della città. Nel 1811, si procedette alla stipula di un Concordato tra le succitate parrocchie, nel quale venivano regolate le modalità di svolgimento dei culti.
   Nel 1819, divenne Arciprete il sacerdote don Antonino Scirè, il quale fece costruire una spaziosa sagrestia a levante, che servì alla Cancelleria del Comune fino al 1868. Il 6 luglio del 1847, con Real Decreto-Diploma, Sua Maestà Ferdinando II di Borbone, d’intesa con il vescovo di Siracusa Mons. Denti, concesse all’Arciprete parroco della Matrice di Militello e ai suoi successori il privilegio di vestire "ad perpetuum" la Cappa Magna e agli altri componenti della suddetta chiesa il Rocchetto e la Mozzetta violacea o nera, secondo i tempi. Ma le disposizioni concistoriali del 22 agosto 1874 e del 26 giugno 1875, annullarono quelle del 1788 e le due parrocchie ritornarono alle rispettive funzioni; tuttavia, con Rescritto Pontificio del 30 agosto 1876, alla Matrice Chiesa di S. Nicolò venne autorizzata la cointitolazione al Santissimo Salvatore, la cui ormai secolare manifestazione esterna di fede e devozione popolare venne in tal modo ad affiancarsi a quella di S. Nicolò.
   Le definitive sentenze emesse dalle SS. Congregazioni dei Riti (27 maggio 1968) e per il Clero (4 febbraio 1969), chiamate a pronunciarsi sulla opportunità di concedere e riconoscere il patronato ad una delle auguste Persone della SS. Trinità, sugellarono tale scelta in modo favorevole, tanto che ancora oggi il Santissimo Salvatore continua ad essere acclamato quale Patrono della città.
   Il 26 giugno 1875, la Sacra Congregazione del Concilio (documento depositato presso il notaro Tommaso Cirmeni, del 12/8/1877), si pronuncia a favore della matricità della chiesa di S. Nicolò-SS. Salvatore. Il 13 maggio 1876, con decreto vescovile, Mons. G. B. Alagona, attribuisce definitivamente il titolo di Arciprete in via esclusiva al parroco della Chiesa Madre.
   Sul finire del XIX secolo, ad opera del parroco Francesco Caltabiano, la chiesa fu ingrandita con la costruzione di un ampio transetto e dell’abside con presbiterio, sormontato da un organo a canne con decorazioni in oro zecchino; i suddetti lavori furono completati dal suo successore Arciprete don Mario Rivela, che nel 1904 fece sopraelevare la cupola, progettata e finanziata dal Cav. Dott. Salvatore Sortino, prima opera in cemento armato realizzata nella Sicilia orientale, protetta da una copertura in rame ed alta 30 metri, il cui plastico, per la sua originalità, ricevette il primo premio all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1900.
   L’interno della chiesa, a croce latina con tre navate, divise da cinque arcate, sorrette da dodici possenti pilastri con basi e capitelli ionici, alle già ricche decorazioni settecentesche di scuola serpottiana, ai pregiati altari riesumati dalle rovine della vecchia Matrice, vide l’aggiunta sui pennacchi della cupola di stucchi raffiguranti i 4 Evangelisti, eseguiti dallo scultore catanese Cav. Giuseppe D’Arrigo.
   Nel 1908 venne realizzata la nuova pavimentazione con marmi pregiati bianchi e grigi di Carrara. Il 18 agosto 1924, il vescovo di Caltagirone, Mons. Damaso Pio De Bono, presiedeva la cerimonia di consacrazione della Chiesa Madre al Santissimo Salvatore, Patrono della città.
   Nel 1926, sotto il parrocato dell’Arciprete Giovanni Lo Sciuto, si procedette all’installazione del nuovo impianto di illuminazione elettrica, a spese della nobildonna Maria Astuti, vedova Sortino, e negli anni ’60 all’elettrificazion delle campane.
   Nel 1950, la volta e l’abside furono abbellite con affreschi eseguiti dal concittadino Prof. Giuseppe Barone e raffiguranti scene della vita e dei miracoli di S. Nicolò nonchè momenti dei misteri gloriosi del Santissimo Salvatore. Il prospetto barocco della chiesa, progettato in visione prospettica angolare e rivolto a Mezzogiorno, di pietra intagliata, realizzato nei tre ordini architettonici, delineato da otto grandi lesene con alti basamenti e capitelli corinzi, comprende il grande portale centrale (riesumato dall’altare maggiore della vecchia Matrice), con coppie di colonne e timpano ad arco spezzato e le due porte laterali, dette "del sole" e "della luna", sormontate da finestre circolari con rosoni; si eleva sontuosamente sopra un piano rialzato, con balaustrata, cui si accede da due rampe di scale laterali fra loro opposte.
   Il secondo ordine, anch’esso ornato di lesene con capitelli, comprende una grande finestra con timpano triangolare contenente l’isrizione <<Inclita Ecclesia Mater Sancti Nicolai Magni Hvjvs Civitatis Patroni>>. Il terzo ordine, infine, è composto da un rosone, un timpano ad arco spezzato ed una croce terminale sorretta da una testa di cherubino.
   Nel corso del XX secolo, il prospetto è stato ornato di una statua raffigurante il Santissimo Salvatore (1929), collocata sull’architrave esterno della porta centrale. Ad Est della chiesa, in fondo alla parete perimetrale, fu realizzata la Casa Canonica, fatta costruire da Papa Pio XI (Achille Ratti 1922-1939). Nel 1984, sotto il parrocato dell’Arciprete Biagio Giuseppe Bellino, in seguito a semplici lavori di consolidamento della parete retrostante la macchina lignea dell’altare seicentesco di S. Nicolò (riesumato dalle rovine dell’antica Matrice), fu scoperto un vano che, intersecandosi con le cripte sotterranee e gli antichi luoghi di sepoltura sottostanti la Matrice, portò, di lì a poco e con la cooperazione dei fedeli, alla nascita del Museo d’arte sacra dedicato al Vescovo di Bari, vero e proprio fiore all’occhiello della città, che accoglie oggi gran parte dell’ingente patrimonio artistico, culturale e devozionale appartenente alla Matrice nonchè alle chiese filiali.
   Parzialmente lesionata dal terremoto del 13 dicembre 1990, la chiesa è stata restaurata internamente ed esternamente nell’anno 2004 ad opera del Genio Civile di Catania, ritornando in tal modo agli antichi splendori. Per le innumerevoli e pregevoli opere d’arte ed arredi sacri, testimoni di una plurisecolare storia, nonchè per la maestrìa profusa nella sua originale ricostruzione dagli umili scalpellini locali, la Chiesa Madre di S. Nicolò - SS. Salvatore, nel giugno 2002, è stata riconosciuta dall’UNESCO quale patrimonio dell’Umanità.

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